Tempi di vestizione e orario retribuito: rileva la discrezionalità rispetto a tempi e luoghi

L’assenza per il lavoratore di libertà di scelta rispetto a tempi e luoghi in cui indossare gli indumenti necessari, non permette di ritenere l’operazione di vestizione come relativa ad atti di diligenza meramente preparatoria allo svolgimento dell’attività lavorativa, imponendo, proprio per la mancanza di discrezionalità, che il tempo necessario per il suo compimento debba essere retribuito

La Corte d’appello territoriale, in riforma della pronuncia del Tribunale di prime cure, ha accolto la domanda con cui alcuni lavoratori dipendenti avevano chiesto che fossero riconosciuti come facenti parte dell’orario retribuito i tempi necessari alla vestizione e svestizione degli abiti necessari alla prestazione di lavoro, quali addetti alle mense. La medesima Corte valorizzava, al riguardo, l’obbligatorietà della vestizione degli indumenti da lavoro, l’impossibilità di indossarli e dismetterli a casa, l’esistenza a tal fine di uno spogliatoio, da considerare già ambiente di lavoro, sotto il controllo datoriale, anche dal punto di vista della sicurezza.
Il datore di lavoro ha proposto così ricorso in Cassazione, sostenendo l’erroneità della sentenza per non avere escluso la sussistenza di elementi di eterodirezione datoriale rispetto alla vestizione, omettendo di valorizzare il fatto che, trattandosi di indumenti resi necessari dall’interferire del lavoro con alimenti, l’obbligo di indossarli gravava sul lavoratore e che tale vestizione si attuava in un luogo, gli spogliatoi della sede, al di fuori del diretto controllo del datore di lavoro.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. L’assenza per il lavoratore di libertà di scelta rispetto a tempi e luoghi in cui indossare gli indumenti necessari, non permette di ritenere l’operazione di vestizione come relativa ad atti di diligenza meramente preparatoria allo svolgimento dell’attività lavorativa, imponendo che il tempo necessario per il suo compimento debba essere retribuito. Per individuare, infatti, un orario come di lavoro è necessario e sufficiente che il lavoratore sia a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni. In questa prospettiva, è evidente l’ininfluenza del fatto che il lavoratore sia a propria volta obbligato dalla normativa a indossare certi indumenti, in quanto ciò non esclude la mancanza di una sua discrezionalità nel decidere quando e dove operare la propria vestizione.

Tassa rifiuti: parcheggio coperto del centro commerciale

Con la recente Sentenza n. 8908 dell’11 aprile 2018, la Corte di Cassazione ha affermato il principio per cui le aree destinate a parcheggio del centro commerciale, in quanto frequentate da persone, devono ritenersi produttive di rifiuti solidi urbani, e perciò soggette alla relativa tassa comunale, salvo prova contraria. In ogni caso non costituisce requisito valido per l’esenzione il vincolo di destinazione ad uso pubblico.

FATTO

L’Amministrazione comunale ha emesso avviso di accertamento nei confronti del centro commerciale per il mancato versamento della Tarsu relativa alle superfici coperte adibite a parcheggio di cui il centro è risultato proprietario.
Su ricorso del contribuente, i giudici tributari hanno annullato l’atto impositivo rilevando che, trattandosi di posteggi ad uso pubblico, il diritto di proprietà risultava fortemente affievolito, e di conseguenza le superfici risultavano prive dei presupposti per l’applicazione della Tarsu, data l’assenza di esclusività dell’occupazione e della detenzione.
Secondo i giudici, “il vincolo di destinazione ad uso pubblico” del parcheggio coperto ne escludeva l’assoggettamento alla tassa, analogamente alle aree scoperte destinate a parcheggio, per le quali il Comune non esigeva il pagamento della Tarsu.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Corte Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari affermando, invece, la legittimità della pretesa tributaria.
In proposito ha evidenziato che, secondo la normativa in materia, le esclusioni dal pagamento della Tarsu dipendono dalla sussistenza di condizioni oggettive che impediscono la presunzione di rifiuti, quali la natura o il particolare uso delle superfici, la loro oggettiva condizione di non utilizzabilità immediata, ed incombe sul contribuente l’onere di prova contraria, atta a dimostrare la inidoneità del bene a produrre rifiuti, che legittima l’esenzione dal pagamento della Tarsu, fornendo all’Amministrazione comunale tutti gli elementi all’uopo necessari, con apposita denuncia ed idonea documentazione.
La tassa è dovuta per l’occupazione o la detenzione di locali ed aree scoperte a qualsiasi uso adibiti, ad esclusione delle aree scoperte pertinenziali o accessorie di civili abitazioni diverse dalle aree a verde, esistenti nelle zone del territorio comunale in cui il servizio è istituito ed attivato o comunque reso in maniera continuativa nei modi previsti.
Grava poi sul contribuente l’onere di provare la sussistenza delle condizioni per beneficiare delle esenzioni previste per alcune aree detenute od occupate aventi specifiche caratteristiche strutturali e di destinazione (e cioè che le stesse siano inidonee alla produzione di rifiuti o che vi si formino rifiuti speciali al cui smaltimento provveda il produttore a proprie spese), atteso che, pur operando il principio secondo il quale è l’Amministrazione a dover fornire la prova della fonte dell’obbligazione tributaria, tale principio non può operare con riferimento al diritto ad ottenere una riduzione della superficie tassabile, costituendo l’esenzione, anche parziale, un’eccezione alla regola generale del pagamento del tributo da parte di tutti coloro che occupano o detengono immobili nelle zone dei territorio comunale.
Nel caso in esame, la destinazione funzionale dell’area al centro commerciale, quotidianamente utilizzata dai clienti degli esercizi commerciali del medesimo centro, non può condurre a ritenere il parcheggio improduttivo di rifiuti solidi urbani, risultando irrilevante “il vincolo di destinazione ad uso pubblico”.
In conclusione, i giudici della Corte Suprema, hanno affermato che in assenza di una disposizione regolamentare adottata dal Comune contenente la previsione di una particolare deroga, trattandosi di spazi frequentati da persone il parcheggio deve ritenersi in via presuntiva produttivo di rifiuti solidi urbani, e di conseguenza soggetto alla tassa comunale sui rifiuti.

Prodotti fitosanitari: ecco le istruzione per la vendita agli utilizzatori non professionali

 

Definite le misure e i requisiti dei prodotti fitosanitari, anche per il commercio e la vendita, destinati agli utilizzatori non professionali (utilizzati nell’ambito di un’attività non professionale per il trattamento di piante, sia ornamentali che edibili, non destinate alla commercializzazione) (Ministero salute – decreto n. 33/2018).

I prodotti fitosanitari destinati agli utilizzatori non professionali devono soddisfare specifici requisiti allo scopo di evitare operazioni di manipolazione pericolose e garantire un utilizzo sicuro e in tal senso vengono distinti in:
– PFnPO: prodotti da utilizzare esclusivamente per la difesa fitosanitaria di piante ornamentali in appartamento, balcone e giardino domestico e per il diserbo di specifiche aree all’interno del giardino domestico compresi viali, camminamenti e aree pavimentate;
– PFnPE: prodotti per la difesa fitosanitaria di piante edibili, destinate al consumo alimentare come pianta intera o in parti di essa compresi i frutti, e per il diserbo di specifiche aree all’interno della superficie coltivata (possono essere destinati anche al trattamento di piante ornamentali in appartamento, balcone e giardino domestico e al diserbo di specifiche aree all’interno del giardino domestico compresi viali, camminamenti e aree pavimentate; detti ulteriori impieghi sono indicati in etichetta).

Nell’ambito della vendita, al fine di garantire un uso sicuro da parte degli utilizzatori non professionali, i suddetti prodotti devono essere esposti con apposita cartellonistica contenente le informazione generali che il rivenditore è tenuto a fornire sui rischi per la salute umana e l’ambiente connessi all’uso dei prodotti fitosanitari, sui pericoli connessi all’esposizione ed in particolare sulle condizioni per uno stoccaggio, una manipolazione e un’applicazione corretti e lo smaltimento sicuro, nonché sulle alternative eventualmente disponibili.

Tirocini formativi e di orientamento: indicazioni per il personale ispettivo

Rientrando i tirocini tra gli ambiti principali di intervento per l’attività di vigilanza dell’Ispettorato nazionale del lavoro per l’anno 2018, l’INL fornisce indicazioni in materia agli ispettori.

L’attività di vigilanza in materia è principalmente finalizzata alla verifica della genuinità dei rapporti formativi.
In termini generali il personale ispettivo, ove riscontri la violazione delle disposizioni regionali, fermo restando un accertamento in concreto della reale natura del rapporto intercorso tra le parti, potrà ricondurre il tirocinio alla forma comune di rapporto di lavoro, ossia il rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Il superamento della durata massima del tirocinio stabilita dalla legge regionale comporta, ad esempio, peculiari conseguenze sanzionatorie. In tali casi, infatti, la prosecuzione di fatto del rapporto, non più coperto dalla comunicazione preventiva afferente ad un tirocinio scaduto ex lege, non potrà che essere ricondotta ad una prestazione lavorativa che, se connotata dagli indici della subordinazione, comporterà l’applicazione della maxisanzione.
Nel caso in cui, diversamente, il superamento della durata del tirocinio prevista nel PFI risulti comunque inferiore alla durata massima stabilita dalla legge regionale, sussistendo tutti gli ulteriori requisiti di regolarità del rapporto formativo, la fattispecie andrà ricondotta ad una semplice proroga eventualmente sanzionabile solo ai sensi dell’articolo 9 bis D.L. n. 510/1996 (conv. da L. n. 608/1996).
E’ prevista l’intimazione alla cessazione del tirocinio, pena l’interdizione per il soggetto promotore e/o ospitante ad attivarne altri nei successivi 12/18 mesi, per le seguenti violazioni definite non sanabili relative: ai soggetti titolati alla promozione; alle caratteristiche soggettive e oggettive richieste al soggetto ospitante del tirocinio; alla proporzione tra organico del soggetto ospitante e numero di tirocini; alla durata massima del tirocinio; al numero di tirocini attivabili contemporaneamente; al numero o alle percentuali di assunzione dei tirocinanti ospitati in precedenza; alla convenzione richiesta ed al relativo piano formativo.
Diversamente sono soggette, in una prima fase, a semplice invito alla regolarizzazione e, in caso di successivo inadempimento alla medesima procedura di intimazione ed interdizione, le seguenti ipotesi sanabili: inadempienza dei compiti richiesti ai soggetti promotori e ai soggetti ospitanti e ai rispettivi tutor; violazioni della convenzione o del piano formativo, nel caso in cui la durata residua del tirocinio consenta di ripristinare le condizioni per il conseguimento degli obiettivi stabiliti; violazioni della durata massima del tirocinio, quando al momento dell’accertamento non sia ancora superata la durata massima stabilita dalla norma regionale.
Laddove le leggi regionali di riferimento abbiano recepito le linee guida sul punto, il personale ispettivo che abbia, nel corso degli accertamenti, riscontrato irregolarità sanabili e non sanabili, provvederà a segnalarle al competente ufficio della Regione. Allo stesso modo, il personale ispettivo avrà cura di comunicare l’adozione dei provvedimenti di riqualificazione.

Si ricorda che permangono, anche in vigenza delle nuove linee guida, alcune sanzioni amministrative per l’inadempimento di ulteriori obblighi connessi al rapporto di tirocinio. Innanzitutto, il tirocinio è soggetto a comunicazione obbligatoria al Centro per l’impiego. L’adempimento è a carico del soggetto ospitante, sebbene nulla osta a che la comunicazione sia effettuata in sua vece dal soggetto promotore, peraltro già tenuto a provvedere alle assicurazioni obbligatorie. Da tale obbligo sono, tuttavia, escluse le ipotesi di tirocinio consistenti in un’esperienza prevista all’interno di un percorso formale di istruzione o di formazione.
Per quanto riguarda le Regioni che attualmente non hanno ancora recepito le linee guida 2017 con proprio atto normativo trova ancora applicazione la disciplina regionale già adottata.

Autonoma organizzazione: la corretta valutazione del giudice circa i compensi e costi

ai fini IRAP l’elevato ammontare dei ricavi, dei compensi e delle spese non costituisce elemento utile per desumere il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione di un professionista (Corte di Cassazione – Sez. VI civ. – Ordinanza 17 aprile 2018, n. 9431).

La Suprema Corte ha accolto il motivo di ricorso del contribuente professionista avverso la decisione della CTR, relativa ad alcuni avvisi d’accertamento IRAP da parte del Fisco.
Infatti, secondo la giurisprudenza della Cassazione il requisito della autonoma organizzazione non ricorre quando il contribuente responsabile dell’organizzazione impieghi beni strumentali non eccedenti il minimo indispensabile all’esercizio dell’attività e si avvalga di lavoro altrui non eccedente l’impiego di un dipendente con mansioni esecutive, inoltre, l’elevato ammontare dei ricavi, dei compensi e delle spese non è indice di autonoma organizzazione e neppure le spese per beni strumentali.
Nel caso di specie, i giudici d’appello hanno ritenuto determinante la presenza e l’ammontare dei compensi a terzi per prestazioni inerenti all’attività professionale del contribuente, senza un esame del concreto apporto di tali prestazioni all’effettivo svolgimento dell’attività del contribuente, senza cioè, verificare se il coinvolgimento di tali professionalità, fosse o meno estraneo al bagaglio professionale del contribuente; inoltre, i medesimi giudici d’appello non hanno indicato da dove avessero tratto il convincimento che tali apporti fossero non occasionali.