Gli interessi pagati ad una banca estera priva di stabile organizzazione sono tassati in Italia

Gli interessi pagati ad una banca estera priva di stabile organizzazione in Italia, da clienti residenti in Italia, non esercenti attività d’impresa, per effettuare investimenti all’estero, sono soggetti ad imposizione in Italia e non è prevista applicazione di ritenuta alla fonte al momento del pagamento (Agenzia Entrate – risposta 21 luglio 2021, n. 500).

Ai fini dell’applicazione dell’imposta ai non residenti, i redditi di impresa realizzati da un soggetto estero, si considerano prodotti nel territorio dello Stato solo se derivanti da attività esercitate nel territorio dello Stato mediante stabili organizzazioni.
Qualora la società non residente non abbia una stabile organizzazione in Italia, i redditi prodotti in Italia concorrono a formare il reddito complessivo delle società e degli enti commerciali non residenti e sono determinati secondo le disposizioni del Titolo I del Tuir, relative alle categorie reddituali nelle quali rientrano.
Si considerano prodotti in Italia “i redditi di capitale corrisposti dallo Stato, da soggetti residenti nel territorio dello Stato o da stabili organizzazioni nel territorio stesso di soggetti non residenti, con esclusione degli interessi e altri proventi derivanti da depositi e conti correnti bancari e postali”.
In particolare, sono redditi di capitale gli interessi e gli altri proventi derivanti da mutui, depositi e conti correnti.
Pertanto, gli interessi derivanti dai finanziamenti erogati dalla Banca istante a persone fisiche residenti sono soggetti ad imposizione in Italia.
In linea generale, i redditi di capitale percepiti da soggetti non residenti, compresi quelli realizzati nell’esercizio di attività commerciale senza stabile organizzazione in Italia, sono assoggettati a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta qualora corrisposti da sostituti d’imposta.
Tuttavia, nel caso di specie, detti interessi sono corrisposti da persone fisiche residenti che, non essendo sostituti d’imposta, al momento del pagamento non devono effettuare alcuna ritenuta alla fonte. Pertanto, la Banca, priva di una stabile organizzazione nel territorio dello Stato, deve tassare tali proventi in Italia e presentare il Modello Redditi SC, indicando detti redditi nel quadro RL.

Superbonus: usufruttuario di immobile segregato in un trust

In materia di Superbonus, forniti chiarimenti sugli interventi antisismici e di riqualificazione energetica realizzati dall’usufruttuario di immobile segregato in un trust (Agenzia delle entrate – Risposta 21 luglio 2021, n. 498).

Nel caso di specie, con riferimento alla possibilità per il contribuente di accedere al Superbonus in relazione alle spese che sosterrà per interventi antisismici e di riqualificazione energetica, in qualità di usufruttuario su una unità abitativa residenziale segregata in un Trust, il cui disponente e trustee è il figlio, è stato precisato che l’immobile su cui è stato costituito il vincolo in trust è stato, a seguito di apposita C.I.L.A., frazionato in quattro distinti appartamenti. Trattandosi di un trust “autodichiarato” la proprietà dell’edificio, costituito da quattro appartamenti, è attribuita al disponente (figlio dell’Istante).
Pertanto, in applicazione del comma 9, lettera a), dell’articolo 119 del decreto Rilancio, come modificato dall’articolo 1, comma 66, lettera n), della legge di bilancio 2021, potrà applicarsi il Superbonus, anche in capo all’Istante usufruttuario a condizione che lo stesso sostenga le spese e che l’usufrutto risulti al momento di avvio dei lavori o al momento del sostenimento delle spese, se antecedente il predetto avvio. Inoltre, il Superbonus non spetta ai soggetti che non possiedono redditi imponibili i quali non possono esercitare l’opzione per lo sconto in fattura o per la cessione del credito. Si tratta, ad esempio, delle persone fisiche non fiscalmente residenti in Italia che detengono l’immobile oggetto degli interventi in base ad un contratto di locazione o di comodato.
Tali soggetti, tuttavia, possono optare, ai sensi del citato articolo 121 del decreto Rilancio, in luogo dell’utilizzo diretto della detrazione, per le modalità alternative di utilizzo ivi previste.
Analoghe considerazioni si applicano nel caso di titolare del diritto di usufrutto, in capo al quale è imputabile, ai senso dell’articolo 26 del TUIR, il reddito fondiario derivante dall’immobile.

Bonus facciate: spese d’intervento sostenute da un unico condomino

In materia di “bonus facciate”, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che il singolo condomino può sostenere interamente le spese previste per il rifacimento delle facciate e beneficiare, quindi, dell’agevolazione fiscale, a condizione che sia adottata una delibera condominiale all’unanimità che preveda l’autorizzazione ai lavori e il sostenimento della spesa solo in capo allo stesso (Risposta 21 luglio 2021, n. 499).

Il caso sottoposto all’esame dell’Agenzia delle Entrate riguarda il riconoscimento dell’agevolazione fiscale “bonus facciate” in favore di un singolo condomino che sostiene l’intera spesa degli interventi.
Nel dettaglio il contribuente è comproprietario, insieme alla moglie, di un appartamento situato in un mini condominio composto in totale da tre unità immobiliari.
Il contribuente intende eseguire lavori di rifacimento della facciata dello stabile con il consenso unanime di tutti i condomini, accollandosi interamente, insieme alla moglie, le spese previste per l’intervento.

La disciplina agevolativa in materia di “bonus facciate” riconosce una detrazione del 90 per cento per la ristrutturazione delle facciate esterne degli edifici. In particolare, la detrazione spetta in relazione alle spese documentate, sostenute negli anni 2020 e 2021, relative agli interventi, ivi inclusi quelli di sola pulitura o tinteggiatura esterna, finalizzati al recupero o restauro della facciata esterna degli edifici esistenti ubicati in zona A o B.
La ratio dell’agevolazione è incentivare gli interventi edilizi, finalizzati al decoro urbano, rivolti a conservare l’organismo edilizio, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell’organismo stesso, in conformità allo strumento urbanistico generale e ai relativi piani attuativi, favorendo altresì interventi di miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici.
Sotto il profilo soggettivo, l’agevolazione spetta a tutti i contribuenti residenti e non residenti nel territorio dello Stato, che sostengono le spese per l’esecuzione degli interventi agevolati, a prescindere dalla tipologia di reddito di cui essi siano titolari. I soggetti beneficiari devono possedere o detenere l’immobile oggetto dell’intervento in base ad un titolo idoneo (proprietà o altro diritto reale di godimento, contratto di locazione, leasing o comodato) al momento di avvio dei lavori o al momento del sostenimento delle spese, se antecedente il predetto avvio. La data di inizio dei lavori deve risultare dai titoli abilitativi, se previsti, ovvero da una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà.
Riguardo alla misura dell’agevolazione, non è stabilito né un limite massimo di detrazione, né un limite massimo di spesa ammissibile. La detrazione, pertanto, spetta nella misura del 90 per cento calcolata sull’intera spesa sostenuta ed effettivamente rimasta a carico.
Per gli interventi effettuati sulle parti comuni di un condominio, in applicazione del criterio legale di ripartizione delle spese condominiali previsto dall’articolo 1123 del codice civile, le spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla maggioranza sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno, salvo diversa convenzione. Ciò significa che la ripartizione delle spese condominiali può essere effettuata secondo criteri specifici stabiliti dall’assemblea dei condomini all’unanimità.
Lo stesso principio è applicabile anche per le spese relative ad interventi agevolabili che danno diritto al “bonus facciate”; pertanto, è possibile prevedere che le spese per tali interventi siano accollati interamente ad un solo condomino, mediante un assemblea dei condomini che autorizzi l’esecuzione dei lavori e all’unanimità acconsenta al sostenimento delle relative spese da parte de condomino interessato agli interventi medesimi.

Con riferimento al caso esaminato, l’Agenzia delle Entrate ha osservato che nell’ipotesi del cd. “Condominio minimo” ovvero di edificio composto da un numero non superiore a otto condomini, risultano comunque applicabili le norme civilistiche sul condominio, fatta eccezione degli articoli 1129 e 1138 del c.c. che disciplinano, rispettivamente, la nomina dell’amministratore (nonché l’obbligo da parte di quest’ultimo di apertura di un apposito conto corrente intestato al condominio) e il regolamento di condominio (necessario in caso di più di dieci condomini).
Pertanto, anche per il “condominio minimo” si rendono applicali le suddette indicazioni in merito alla ripartizione delle spese condominiali, incluse quelle relative a interventi agevolabili con il “bonus facciate”.
L’Agenzia delle Entrate, peraltro, ha precisato che al fine di beneficiare dell’agevolazione per i lavori realizzati sulle parti comuni, il condominio minimo che, non avendone l’obbligo, non abbia nominato un amministratore non è tenuto a richiedere il codice fiscale. In tal caso, ai fini della fruizione del beneficio, può essere utilizzato il codice fiscale del condomino che ha effettua i connessi adempimenti. Il contribuente è comunque tenuto a dimostrare che gli interventi sono stati effettuati su parti comuni dell’edificio.
In conclusione, fermo restando i requisiti e le condizioni previsti dalla norma agevolativa, il singolo condomino (sia di un condominio ordinario che di un condominio minimo) può sostenere interamente le spese previste per il rifacimento delle facciate e beneficiare, quindi, dell’agevolazione fiscale, adottando una delibera condominiale all’unanimità che preveda l’autorizzazione ai lavori e il sostenimento della spesa solo in capo allo stesso.

Il commercialista che svolge consulenza del lavoro non può essere dominus di un consulente praticante

22 luglio 2021 Consulente del lavoro tirocinante e dominus dante pratica devono appartenere al medesimo ordinamento professionale e, quindi, l’aspirante Consulente del lavoro deve svolgere la pratica professionale presso un professionista iscritto all’Albo dei Consulenti del lavoro, e non anche presso un Dottore commercialista che eserciti consulenza del lavoro avendo provveduto alla prevista comunicazione all’Ispettorato (Consiglio di Stato, sentenza 19 luglio 2021, n. 5441).

Con ricorso di primo grado proposto dinanzi al TAR, un dottore commercialista esercente anche attività di consulente del lavoro, avendo previamente trasmesso la prevista comunicazione all’Ispettorato, aveva impugnato la delibera assunta da un Consiglio Provinciale dei Consulenti del lavoro di rigetto della richiesta di iscrizione nel registro dei praticanti di un soggetto che intendeva svolgere la pratica presso il suo studio.
Ciò, per incompatibilità con l’articolo 2, comma 8, del Regolamento sul Praticantato attualmente vigente, il quale individua il professionista Consulente del lavoro come unico dante pratica abilitato.
Avverso tale decisione il dottore commercialista propone appello chiedendone l’integrale riforma.
Preliminarmente, l’appellante, che svolge l’attività di consulente del lavoro e si avvale di molteplici collaboratori addetti allo svolgimento di tale attività professionale, sostiene di aver interesse a formare i praticanti al fine di inserirli nel proprio ufficio. Quindi, il medesimo aggiunge di essere co-destinatario del provvedimento impugnato, in quanto il diniego di iscrizione si riferisce alla sua condizione di professionista iscritto ad un diverso ordine professionale, ovvero quello dei Dottori Commercialisti e non dei Consulenti del lavoro.
Secondo l’appellante, poi, la Legge n. 12 del 1979 contenente “norme per l’ordinamento della professione di consulente del lavoro”, prevede che il dottore commercialista può legittimamente svolgere “tutti gli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori dipendenti”, previa comunicazione agli Ispettorati del lavoro delle province nel cui ambito territoriale intende svolgere i relativi adempimenti (art. 1).
Altresì, la medesima Legge riconosce, al fine dell’ammissione agli esami di abilitazione all’esercizio della professione di consulente del lavoro, la possibilità di essere ammessi a quei soggetti che abbiano compiuto presso lo studio di un consulente del lavoro iscritto nell’albo o di un uno degli altri professionisti (art. 1) almeno due anni di praticantato (art. 3, co. 2).
Di qui, se la legge permette al dottore commercialista di esercitare l’attività di consulente del lavoro, deve essergli consentito anche di far svolgere presso di sé l’attività di praticantato per l’accesso alla professione, avendone le necessarie competenze.
Secondo il Cosiglio di Stato, la tesi non può essere condivisa.
L’appello, infatti, si fonda su una lettura inattuale e superata delle norme, che non tiene conto delle novità normative in materia di professioni regolamentate, introdotte dal D.L. n. 138/2011 (convertito in L. n. 148/2011) e dal regolamento attuativo (D.P.R. n. 137/2012), recante la riforma degli ordinamenti professionali.
L’articolo 3, comma 5, lettera c), del D.L.. n. 138/2011, in particolare, dispone che la disciplina del tirocinio per l’accesso alla singola professione deve conformarsi a criteri che garantiscano l’effettivo svolgimento dell’attività formativa e il suo adeguamento costante all’esigenza di assicurare il miglior esercizio della professione. Al fine di assicurare il rispetto della condizione succitata, gli ordinamenti professionali devono prevedere l’istituzione di organi a livello territoriale, diversi da quelli aventi funzioni amministrative, ai quali sono specificamente affidate l’istruzione e la decisione delle questioni disciplinare, nonchè di un organo nazionale di disciplina.
L’articolo 6, comma 3, del D.P.R. n. 137/2012, poi, prevede che, nell’ambito del tirocinio per l’accesso professionale, il professionista affidatario è tenuto ad assicurare che il tirocinio si svolga in modo funzionale alla sua finalità.
Ed ancora, i praticanti sono tenuti ad osservare gli stessi doveri e norme deontologiche dei professionisti e sono soggetti al medesimo potere disciplinare (art. 6, co. 8, D.P.R. n. 137/2012).
Orbene, dal combinato disposto delle norme richiamate, si evince che l’effettivo svolgimento dell’attività formativa del tirocinio professionale, nelle modalità concrete declinate nel regolamento professionale relativo alla professione che il tirocinante intende svolgere, costituisce dovere deontologico sia del tirocinante, sia del professionista affidatario, entrambi soggetti al medesimo potere disciplinare degli organi territoriali e nazionali competenti. E’ evidente, perciò, che tale sistema, per la sua concreta applicazione, presuppone l’appartenenza del professionista “dante pratica” al medesimo Ordine professionale al quale l’aspirante consulente del lavoro intende iscriversi dopo il superamento dell’esame.
In sostanza, nel caso in cui al professionista sia affidato un aspirante consulente del lavoro, il dominus dante pratica è tenuto ad osservare la disciplina stabilita con regolamento del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del lavoro, al fine di garantire il proficuo svolgimento della pratica, consentendo all’aspirante professionista di acquisire le competenze necessarie per lo svolgimento di tale attività professionale. Tuttavia, poiché il professionista è soggetto alla sola disciplina stabilita dal Consiglio dell’Ordine di appartenenza, laddove questi non sia iscritto a tale ordine professionale, ma a quello dei Dottori Commercialisti, non può soggiacere alla disciplina del regolamento di un differente Ordine professionale (quello dei Consulenti del lavoro) rispetto a quello di appartenenza e tantomeno può essere assoggettato al suo potere disciplinare.

Extracomunitari in possesso di permesso di soggiorno: precisazioni sul bonus asilo nido

Si forniscono alcune precisazioni sulle istanze di bonus asilo nido presentate dai cittadini stranieri non comunitari in possesso di permesso di soggiorno, seppure non di lungo periodo.

 

Con ordinanza del 9 novembre 2020,- il Tribunale di Milano ha dichiarato il carattere discriminatorio della condotta posta in essere dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’INPS, consistente nel diniego dell’agevolazione economica, di cui all’articolo 1, comma 355, della legge 11 dicembre 2016, n. 232 (c.d. bonus asilo nido), agli stranieri non in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo.
In particolare, tale disciplina del beneficio è stata ritenuta di natura discriminatoria con riferimento alla nazionalità, in danno dei migranti regolarmente presenti in Italia, in quanto, sulla base della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 2011/98/UE del 13 dicembre 2011, relativamente ai settori della sicurezza sociale, di cui al regolamento (CE) n. 883/2004, “tutti i cittadini di paesi terzi che soggiornano e lavorano regolarmente degli Stati membri dovrebbero beneficiare quanto meno di uno stesso insieme comune di diritti, basato sulla parità di trattamento con i cittadini dello Stato membro ospitante, a prescindere dal fine iniziale o dal motivo dell’ammissione”.
Il diritto alla parità di trattamento nei settori specificati dalla medesima direttiva dovrebbe essere riconosciuto non solo ai cittadini di Paesi terzi che sono stati ammessi in uno Stato membro ai fini lavorativi, ma anche a coloro che sono stati ammessi per altri motivi (ad esempio, ai familiari).
In attuazione della suddetta ordinanza, con messaggio n. 4768 del 18 dicembre 2020, l’Istituto aveva disposto l’accoglimento delle nuove domande del c.d. bonus asilo nido, presentate entro la fine dell’anno 2020 dagli stranieri residenti nel nostro Paese titolari di permesso di soggiorno, a prescindere dalla tipologia di permesso, nonché il riesame in autotutela, su domanda dell’interessato, di quelle già presentate nel 2020 e definite con diniego.
A seguito della sentenza n. 633/2021, pubblicata il 15 giugno 2021, con cui la Corte d’Appello di Milano ha respinto il ricorso proposto dall’Istituto avverso la suddetta ordinanza, con il messaggio in argomento l’Inps conferma l’operatività delle indicazioni dettate dal messaggio n. 4768 cit. in materia di accettazione e riesame in autotutela delle istanze di bonus asilo nido presentate dai cittadini stranieri non comunitari in possesso di permesso di soggiorno, seppure non di lungo periodo. Dette domande saranno accolte con riserva di ripetizione delle somme erogate, in attesa delle definitive decisioni degli Organi giudiziari aditi o competenti in materia.